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Novità Legislative

EVASIONE MINIMA NON PUNIBILE

martello

La Corte di Cassazione, con la sentenza n.51597/2017, accoglie il ricorso di un contribuente contro la decisione del Tribunale della libertà, di respingere la sua richiesta di annullamento del sequestrero preventivo di somme, considerate prodotto illecito del reato di omesso versamento delle ritenute certificate. La difesa invocava l’applicazione dell’articolo 131-bis del Codice Penale (particolare tenuità del fatto), eccependo il lieve danno all’erario, posto che la soglia di rilevanza penale pari a 150mila euro, era stata superata solo per 369 euro. Secondo gli Ermellini è corretto che la causa di non punibilità si estenda anche ai reati tributari, ed è altresì vero che questa non può essere negata, come è avvenuto nel caso di specie, sulla base del peso dato ai beni giuridici tutelati dalle norme anti-evasione. In definitiva, il giudice non può negare il ‘beneficio’ senza esaminare in concreto la gravità della lesione e senza considerare che la soglia “costituisce il confine della insussistenza, rectius irrilevanza, a fini penali del danno provocato all’Erario con il mancato versamento di quanto dovuto”.

La Suprema corte cita peraltro la sentenza n.13128/16 con la quale era stato negato il 131-bis, in un caso di versamento IVA, in quanto la soglia di legge era stata superata di circa 20mila euro. In quel caso la Cassazione affermava che la norma sulla non punibilità agisce solo quando lo scostamento dal ‘tetto’ è veramente minimo in considerazione del fatto che “il grado di offensività che dà luogo al reato è già stato valutato dal legislatore nel determinare la soglia di rilevanza penale”. I giudici della terza sezione penale accolgono quindi il ricorso e rinviano al Tribunale della libertà perché si esprima nuovamente sull’articolo 131-bis.

(fonte: Il Sole 24 Ore)

L’IMPRESA CESSATA “DI FATTO” DEVE PAGARE IL DIRITTO CAMERALE

   La Commissione Tributaria Provinciale di Caltanisetta, nella pronuncia n.1122/01/2017, ha respinto il ricorso di un imprenditore cessato contro le cartelle di pagamento del diritto camerale, affermando che la cessazione “di fatto” dell’attività imprenditoriale non esclude l’obbligo del versamento del tributo annuale annuale ai sensi dell’art. 18 comma 3, legge n.580/93. La CTP ribadisce che tale obbligo discende dalla mera iscrizione nel Registro delle imprese e grava, quale soggetto passivo, su “ogni impresa iscritta o annotata” nel Registro delle imprese (art. 2 del Dm 359/2001). Quest’ultimo, invero, svolge un ruolo fondamentale di tutela della certezza e trasparenza nei traffici commerciali in relazione alle vicende dell’impresa individuale e collettiva. In definitiva, la finalità pubblicistica del Registro, la cui tenuta è sottoposta alla vigilanza di un giudice delegato dal tribunale, sembra valorizzare la circostanza formale dell’iscrizione e della cancellazione, precludendo una visione sostanzialistica che associa l’estinzione del tributo alla cessazione “di fatto” dell’attività.

   Da ultimo, si osserva che la cancellazione d’ufficio è prevista nei soli casi previsti dal D.P.R. 247/2004, dunque in ipotesi di oggettiva impossibilità di funzionamento dell’impresa individuale o delle società di persone, ma non può mai aver luogo per le società di capitali successivamente all’approvazione del bilancio di liquidazione. E ciò in ragione dell’effetto costitutivo con la conseguente disciplina relativa ai debiti pendenti (art. 2495 Codice Civile).

(fonte: Il Sole 24 Ore)

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